Per anni la colpa è stata attribuita perfino ai morti. Secondo una vecchia leggenda salernitana, una parte dello storico stadio Vestuti sarebbe sorta sull’area di un antico cimitero. Una storia tramandata di generazione in generazione, diventata quasi una spiegazione consolatoria per giustificare le tante occasioni perdute dalla squadra granata.

La Salernitana non vinceva perché giocava sopra un cimitero. La Salernitana era sfortunata perché il destino sembrava divertirsi alle sue spalle. Bastava una retrocessione, una promozione sfumata o un campionato deludente per rispolverare la solita cantilena.

Poi il Vestuti ha lasciato il posto all’Arechi. Il cimitero è rimasto soltanto nei racconti del passato. Ma la necessità di trovare un colpevole non è mai scomparsa.

Negli anni è cambiato il bersaglio. Prima la malasorte. Poi la politica cittadina. Successivamente i presidenti, i dirigenti, gli allenatori, i direttori sportivi, i calciatori. Adesso, secondo una deriva sempre più fastidiosa, nel mirino finiscono persino i giornalisti quando provano a raccontare i fatti senza assecondare il tribunale permanente dei social network.

La domanda, a questo punto, è inevitabile. E se una parte del problema fosse proprio una parte della tifoseria della Salernitana?

Non i sostenitori autentici. Non chi percorre centinaia di chilometri per seguire la squadra. Non chi paga il biglietto, indossa la sciarpa granata e soffre in silenzio. Il riferimento è rivolto a quella minoranza rumorosa che pretende di dettare ogni scelta, processare chiunque e trasformare ogni sconfitta in una resa dei conti.

A Salerno si è diffusa una convinzione pericolosa: chi alza maggiormente la voce pensa di avere automaticamente ragione. Non funziona così. La passione non è una patente per comandare. Il tifo non assegna il diritto di stabilire chi deve giocare, chi deve allenare, chi deve dirigere la società e perfino quale giornalista meriti di parlare.

La Salernitana è uscita dai playoff dopo la sconfitta contro l’Union Brescia. È un fallimento sportivo doloroso. La società dovrà assumersi le proprie responsabilità. Chi ha sbagliato dovrà rispondere delle proprie decisioni. Ma attribuire ogni male a un nuovo nemico non aiuta la squadra. Alimenta soltanto un clima soffocante.

Una piazza importante deve imparare anche a guardarsi allo specchio.

Non si può invocare continuamente l’arrivo di imprenditori seri e ambiziosi e, contemporaneamente, costruire un ambiente nel quale ogni settimana si celebra un processo pubblico. Non si può chiedere stabilità e pretendere rivoluzioni dopo ogni risultato negativo. Non si può reclamare un progetto e demolire tutto al primo ostacolo.

A forza di cercare complotti, traditori e colpevoli da esporre sulla pubblica piazza, si rischia di rendere la Salernitana una società difficilissima da governare. Un club che vive sotto una pressione costante. Un ambiente nel quale chiunque arrivi viene accolto come un salvatore e, dopo pochi mesi, accompagnato verso l’uscita come il responsabile di ogni disgrazia.

Il calcio, però, non si costruisce con le urla. Si costruisce con competenza, programmazione, investimenti e pazienza.

I tifosi hanno un ruolo fondamentale. Devono sostenere la squadra. Possono contestare civilmente. Possono criticare una dirigenza. Possono pretendere rispetto. Ma dovrebbero ricordare una regola elementare: una tifoseria accompagna la Salernitana, non la amministra.

Il vero amore per una maglia non consiste nel cercare ogni giorno un nuovo nemico. Consiste anche nel comprendere i limiti del proprio ruolo.

Il cimitero sotto il Vestuti appartiene ormai alla mitologia popolare. La politica non può diventare l’alibi universale. I giornalisti non sono il problema soltanto perché raccontano una realtà scomoda.

Forse è arrivato il momento di smettere di puntare il dito contro il mondo intero.

Chi ama davvero la Salernitana dovrebbe fare una cosa semplice, antica e indispensabile: tifare. E lasciare lavorare chi ha il compito di costruire una squadra finalmente all’altezza della sua storia.
Salernitana, dal cimitero sotto il Vestuti alla caccia continua al colpevole: ma il problema potrebbe essere una parte della tifoseria

Troppi processi, troppo rumore

Per anni la colpa è stata attribuita perfino ai morti. Secondo una vecchia leggenda salernitana, una parte dello storico stadio Vestuti sarebbe sorta sull’area di un antico cimitero. Una storia tramandata di generazione in generazione, diventata quasi una spiegazione consolatoria per giustificare le tante occasioni perdute dalla squadra granata.

La Salernitana non vinceva perché giocava sopra un cimitero. La Salernitana era sfortunata perché il destino sembrava divertirsi alle sue spalle. Bastava una retrocessione, una promozione sfumata o un campionato deludente per rispolverare la solita cantilena.

Poi il Vestuti ha lasciato il posto all’Arechi. Il cimitero è rimasto soltanto nei racconti del passato. Ma la necessità di trovare un colpevole non è mai scomparsa.

Negli anni è cambiato il bersaglio. Prima la malasorte. Poi la politica cittadina. Successivamente i presidenti, i dirigenti, gli allenatori, i direttori sportivi, i calciatori. Adesso, secondo una deriva sempre più fastidiosa, nel mirino finiscono persino i giornalisti quando provano a raccontare i fatti senza assecondare il tribunale permanente dei social network.

La domanda, a questo punto, è inevitabile. E se una parte del problema fosse proprio una parte della tifoseria della Salernitana?

Non i sostenitori autentici. Non chi percorre centinaia di chilometri per seguire la squadra. Non chi paga il biglietto, indossa la sciarpa granata e soffre in silenzio. Il riferimento è rivolto a quella minoranza rumorosa che pretende di dettare ogni scelta, processare chiunque e trasformare ogni sconfitta in una resa dei conti.

A Salerno si è diffusa una convinzione pericolosa: chi alza maggiormente la voce pensa di avere automaticamente ragione. Non funziona così. La passione non è una patente per comandare. Il tifo non assegna il diritto di stabilire chi deve giocare, chi deve allenare, chi deve dirigere la società e perfino quale giornalista meriti di parlare.

La Salernitana è uscita dai playoff dopo la sconfitta contro l’Union Brescia. È un fallimento sportivo doloroso. La società dovrà assumersi le proprie responsabilità. Chi ha sbagliato dovrà rispondere delle proprie decisioni. Ma attribuire ogni male a un nuovo nemico non aiuta la squadra. Alimenta soltanto un clima soffocante.

Una piazza importante deve imparare anche a guardarsi allo specchio.

Non si può invocare continuamente l’arrivo di imprenditori seri e ambiziosi e, contemporaneamente, costruire un ambiente nel quale ogni settimana si celebra un processo pubblico. Non si può chiedere stabilità e pretendere rivoluzioni dopo ogni risultato negativo. Non si può reclamare un progetto e demolire tutto al primo ostacolo.

A forza di cercare complotti, traditori e colpevoli da esporre sulla pubblica piazza, si rischia di rendere la Salernitana una società difficilissima da governare. Un club che vive sotto una pressione costante. Un ambiente nel quale chiunque arrivi viene accolto come un salvatore e, dopo pochi mesi, accompagnato verso l’uscita come il responsabile di ogni disgrazia.

Il calcio, però, non si costruisce con le urla. Si costruisce con competenza, programmazione, investimenti e pazienza.

I tifosi hanno un ruolo fondamentale. Devono sostenere la squadra. Possono contestare civilmente. Possono criticare una dirigenza. Possono pretendere rispetto. Ma dovrebbero ricordare una regola elementare: una tifoseria accompagna la Salernitana, non la amministra.

Il vero amore per una maglia non consiste nel cercare ogni giorno un nuovo nemico. Consiste anche nel comprendere i limiti del proprio ruolo.

Il cimitero sotto il Vestuti appartiene ormai alla mitologia popolare. La politica non può diventare l’alibi universale. I giornalisti non sono il problema soltanto perché raccontano una realtà scomoda.

Forse è arrivato il momento di smettere di puntare il dito contro il mondo intero.

Chi ama davvero la Salernitana dovrebbe fare una cosa semplice, antica e indispensabile: tifare. E lasciare lavorare chi ha il compito di costruire una squadra finalmente all’altezza della sua storia.